Aspettando l’Expo. Le critiche di Cina e Taiwan

Non solo l’Expo ha rifiutato a Taiwan un padiglione, ma l’ha anche indicata come “una regione cinese” sulla sua applicazione ufficiale per smartphone. La portavoce del ministro degli esteri taiwanese Anna Kao ha chiesto all’Italia di correggere al più presto l’errore. Nel frattempo la Repubblica popolare, che ha ultimato i suoi padiglioni in anticipo, critica l’organizzazione Expo.

L’Italia si aspetta molto dall’Expo milanese, specie in termini di visite, visibilità internazionale, prestigio e naturalmente entrate economiche. L’Expo del resto serve a quello: restituire al paese la vetrina internazionale e a facilitarne gli scambi commerciali. E nei giorni scorsi dalla Cina, il paese che ha ospitato la precedente esposizione universale, sono arrivate critiche ai «preparativi». I cinesi, del resto, sono attesi in massa a Milano e l’opinione di Pechino potrebbe dunque rivelarsi importante per il successo dell’evento italiano.

Gran parte del presunto successo che si attende, stando alle previsioni, infatti dovrebbe dipendere dai cinesi, perché la popolazione del paese che più è cresciuto in questi anni e che recentemente ha compiuto alcune operazioni rilevanti in Italia (l’ultima con Pirelli) è attesa in gran numero (almeno un milione, si dice). I potenziali visitatori all’Expo milanese hanno alcune caratteristiche che fanno ben sperare: rappresentano un paese in crescita, seppure minore rispetto agli ultimi anni, hanno un sicuro interesse e amore nei confronti dell’Italia e hanno visto l’ultimo Expo – Shanghai 2010 – da vicino.

Eppure, tutte queste speranze rischiano di infrangersi su un’immagine non proprio gradita a Roma, dato che le notizie circa le difficoltà dell’Expo milanese (ritardi e polemiche) sembrano aver varcato ampiamente i nostri confini. Ieri il China Daily, quotidiano in lingua inglese, ha proposto un articolo molto critico nei confronti dell’Expo italiano, accusando l’organizzazione di avere dei problemi legati ai tempi, alla consegna dei padiglioni terminati e alla corruzione degli organi che gravitano intorno all’evento.

Niente di trascendentale, sono le osservazioni che quelli che non si definiscono «expo ottimisti» fanno da tempo. Non sono un mistero, le difficoltà dei lavori, la frenesia dovuta ai governi succedutisi negli ultimi tempi, le inchieste che hanno minato la trasparenza del progetto Expo. Ma questa volta l’attacco non arriva da «gufi» o creature simili, bensì da chi viene considerato il potenziale salvatore di tutta la kermesse. Secondo i cinesi, come si legge nel China Daily, «pensato come una celebrazione per l’apertura al mondo di Milano e come un’opportunità per esplorare nuove opportunità in favore di un’alimentazione sostenibile, l’evento è finito sotto i riflettori per quella corruzione cronica e ritardi che da decenni caratterizzano le grandi opere pubbliche italiane».

Un giudizio non proprio lusinghiero, che però giunge da un paese che in questo momento sta affrontando la campagna anti corruzione più feroce degli ultimi anni, portata avanti dal presidente Xi Jinping, con un team ad hoc creato proprio per perseguire i «corrotti». Ma la Cina sui lavori pubblici e le grandi opere, si sente in diritto di poter dire la propria. Anche su questo, qualcuno potrebbe aver da ridire considerati i ritmi di lavoro in Cina e la scarsa attenzione ai diritti e alla sicurezza.

Ma in questo caso conta l’immagine, non solo la sostanza. E la comunicazione dell’Expo milanese sembra avere delle difficoltà, se in Cina arriva l’eco dei ritardi e degli scandali. Per altro Pechino ha il suo padiglione già pronto. Come riportato nelle settimane precedenti, Vanke, la società immobiliare cinese che lo ha realizzato, ha ottenuto il certificato di fine lavori il primo aprile scorso. Disegnato dall’architetto americano Daniel Libeskind, il padiglione cinese avrà come titolo «Building community through food».

[Scritto per East; photo credits: http://www.expo2015.org]

Text: ChinaFiles by Simone Pieranni  | 28-04-2015

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