Cina – La borghesia del nuovo millennio

China Files incontra Alice Ekman. L’autrice di The Distinctive Features of China’s Middle Classes mette in luce le tensioni che si accumulano tra la borghesia e il partito comunista. La classe media partorita dal Partito negli anni Ottanta e Novanta fa i conti con un’economia che rallenta e si scopre sempre più conservatrice.

Esibizionista ma risparmiatrice, grande in numeri assoluti ma piccola in numeri relativi, fedele al Partito, conservatrice, ma sempre più stizzosamente rivendicatrice. La borghesia cinese è un coacervo di contraddizioni di cui è difficile venire a capo. Peccato che è proprio su di lei che la leadership di Pechino punta da anni per garantire la propria permanenza al potere e trasformare al contempo la Cina. Ma non solo: è sui cinesi “spendi e spandi” che buona parte di Occidente – a partire da Expo 2015 – scommette per rimettersi in piedi. E quindi, per forza di cose, qualcosa dovremo pur capirci. Per poi agire di conseguenza.

Fu soprattutto la  proprietà immobiliare a creare, nel corso degli anni Novanta, il ceto medio cinese. Oggi, che si è riprodotto, moltiplicato e diversificato, quali sono le sue caratteristiche? Alice Ekman, dell’Institut Français des Relations Internationales, è autrice di uno studio del 2014, The Distinctive Features of China’s Middle Classes, che prova a offrire qualche risposta.

Un continente di borghesi

Utilizzando criteri dello stesso governo cinese , è “classe media” chi guadagna tra gli 11mila e i 18mila dollari all’anno, si legge nello studio. A noi sembrerà poco, ma il problema vero è che innumerevoli diversità territoriali fanno sì che quel reddito sia tanto o poco a seconda di dove uno vive.

L’Ocse stabilisce che fanno parte di questo segmento della popolazione le famiglie con disponibilità di spesa compresa tra i dieci e i cento dollari al giorno, e anche qui la forbice è piuttosto ampia. Se utilizziamo questo criterio, emerge che il ceto medio cinese totalizza 157 milioni di persone. In numeri assoluti, la Cina è quindi seconda solo agli Usa; ma in percentuale si tratta di meno del 12 per cento della popolazione. Il ceto medio rappresenta dunque ancora una minoranza della popolazione totale. Si consideri che i lavoratori migranti sono circa 220 milioni (16 per cento del totale), mentre i “poveri”, cioè coloro che secondo criteri ufficiali guadagnano meno di 2.300 Renminbi all’anno (370 dollari), sono ancora circa 128 milioni.

Secondo Ekman, a prescindere dal reddito individuale, vanno considerate le caratteristiche sociali: il 48 per cento dei cinesi classificati come “popolazione rurale” sono per esempio difficilmente iscrivibili alla voce “ceto medio”, dato il gap città-campagna e le enormi differenze in quanto a tenore e stile di vita. Sarebbe forse più corretto parlare di “ceto medio urbano” per avere un’idea più precisa. Le previsioni ottimistiche dicono comunque che entro il 2020 saranno “ceto medio” circa 600 milioni di cinesi (cioè poco meno della metà), mentre quelle pessimistiche parlano di 350 milioni (un quarto).

Carta di credito e tessera del Partito

È una classe media eterogenea, che nasce in stretta connessione con il Partito comunista, perché all’inizio dell’era di Deng Xiaoping furono i quadri di Partito a trarre vantaggio dalla propria posizione: «Arricchirsi è glorioso», disse il piccolo Timoniere, per poi aggiungere «e qualcuno si arricchirà prima di altri», facendo l’occhiolino a tutti quei funzionari di nomina politica che bisognava trasformare rapidamente in manager per costruire il boom economico. Quale migliore incentivo della promessa di arricchimento per se stessi e la loro famiglia? Sta di fatto che – ha detto Ekman in un incontro al Foreign Correspondent Club di Pechino – «oggi un imprenditore su cinque è un ex funzionario e il 40 per cento dei businessmen è membro del Partito».

La comparsa anche istituzionale del ceto medio sul palcoscenico cinese arrivò con Jiang Zemin, che attraverso la teoria delle tre rappresentanze adottò una politica inclusiva nel Pcc: le cosiddette “forze produttive avanzate” si aggiungevano a intellettuali e masse. Essere membri del Partito, a sua volta, creava e crea nuove opportunità: status, guanxi (contatti), favori da distribuire. E così, il ciclo si riproduce. Il pubblico impiego sta dunque al cuore di questo ceto medio: amministrazioni centrali e locali, ospedali, istituzioni accademiche, sono tutti opifici che sfornano la borghesia cinese. Il funzionario ha infatti sia un lavoro stabile, sia un pacchetto welfare comparativamente vantaggioso rispetto ad altre categorie.

Paura del caos

Qui sta il nocciolo di un altro problema: perché il ceto medio cinese è contrario al cambiamento? La risposta di Alice Ekman è articolata ma lineare: «Perché è il maggior beneficiario degli ultimi trent’anni di crescita; perché molto più della popolazione povera ha tutto da perdere da un rivolgimento politico; perché è “naturalmente” conservatore come tutte le borghesie del pianeta».

I “valori” che esprime la borghesia cinese sono lo specchio del suo conservatorismo: prosperità familiare – secondo il concetto confuciano esteso di famiglia – e possibilità di carriera. E la rappresentazione urbanistica di questo egoismo di classe consiste nei compound perimetrati con guardie private all’ingresso.

Così, il ceto medio cinese si oppone spesso al programma sociale che lo stesso governo cinese cerca di introdurre per lenire una diseguaglianza quasi insostenibile: il policy-making è spesso condizionato quindi da un nuovo attivismo “nimby” che non ha nulla contro la forbice sociale, anzi, ma che comincia ad agitarsi su questioni ambientali, sicurezza alimentare, protezione della proprietà privata. Non c’è però una base rivoluzionaria, perché la paura del caos è ancora più rilevante. A contribuire, il fatto che la vecchia generazione si ricorda benissimo gli anni della Rivoluzione Culturale, quando i padri si ribellavano ai figli: tragedia collettiva degli anni Sessanta-Settanta e oggi psicodramma continuamente riproposto dalla stessa propaganda di Partito (ma mai veramente affrontato sul piano storiografico).

Piccoli principi

Qui si verifica però una frattura generazionale, perché i giovani che non hanno vissuto quella tragedia e sono il prodotto di una diversificazione dei media, sono più propensi a criticare il sistema. Sono, questi, i viziatissimi figli unici di “quattro nonni e due genitori”, i principini che magari studiano all’estero tornando poi in patria senza trovare un lavoro all’altezza delle proprie aspettative – l’economia rallenta e la Cina non ha ancora compiuto del tutto il grande salto verso le produzioni ad alto valore aggiunto – e scontrandosi invece con insostenibili prezzi immobiliari, figli della rendita che ha riempito le tasche dei loro stessi genitori..

Qualcuno cerca di agganciarsi a un antico treno: «La tessera del Partito comunista continua a fare proseliti. Nel 2012, oltre un terzo dei membri aveva meno di 35 anni di età e, di questi, il 34 per cento ha un diploma di scuola superiore», sipega Ekman. C’è però un cambiamento sostanziale: mentre la prima generazione di ceto medio era nella sua quasi totalità diretta emanazione del Partito, i giovani non nascono da lì: trovano utile la tessera ma, anche grazie allo sviluppo del settore privato, non così necessaria.

Con le nuove politiche di maggiore integrazione dei poveri e di riduzione della forbice sociale, c’è il rischio che il ceto medio si senta in qualche modo abbandonato, lasciato a se stesso da un governo che prima l’ha prodotto e poi l’ha viziato. Un dato è significativo: dal 2010, il reddito minimo è cresciuto del 15 per cento; quello dei colletti bianchi, “solo” del 6,8. Nel frattempo, con l’avvento di Xi Jinping, il Partito proclama soddisfatto che oltre il 44 per cento dei suoi nuovi membri fa parte della classe operaia o migrante, mentre si moltiplicano le direttive per un maggiore filtro delle domande di ammissione, su basi ideologiche.  Si sta alzando il muro contro i giovani del ceto medio urbano de-ideologizzati ma a caccia di una tessera come veicolo di promozione sociale? Il segnale sembrerebbe proprio quello: da un paio d’anni, sui media cinesi, compaiono articoli che criticano l’opportunismo di chi si arruola per tornaconto personale.

C’è poi l’impatto della campagna anticorruzione. Con oltre 70mila funzionari puniti in forma diversa e a tutti i livelli nel corso del 2014, uno spettro si aggira nei cervelli del ceto medio cinese: essere un quadro non è più garanzia né di stabilità, né di sicurezza, né di rendita di posizione. E così, mentre i media di Stato assecondano la parte più povera della popolazione che schiuma rabbia per due “disoccupati” poco più che ventenni – da cronaca – che al volante di una Ferrari e di una Lamborghini si scontrano nel corso di una gara illegale sotto un tunnel di Pechino, l’effetto calamita del Partito rischia di scemare proprio tra coloro che dal Partito sono nati e di Partito sono vissuti: «Ma come, arricchirsi è glorioso, che cosa abbiamo fatto di male?».

Testo: China File by Gabriele Battaglia  | 07-05-2015

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