Il grande cannone di Pechino

Foto: A Pechino, nel 2008. Daniele Mattioli, Anzenberger/Contrasto

Trasformare gli utenti di internet in armi da scagliare contro precisi bersagli informatici: sembrerebbe questa la nuova strategia adottata dal governo cinese per affinare le sue attività di censura. Dopo la grande muraglia di fuoco, ecco il grande cannone. Di cosa si tratta?

Alla fine di marzo Github, una piattaforma statunitense dove sono condivisi software e codici sorgenti da tutto il mondo, ha fatto sapere di essere alle prese con il più potente attacco informatico mai subìto. Sui suoi server stava arrivando un volume di traffico enorme, impossibile da gestire, che si riversava in particolare sulle pagine che ospitano le copie di due siti censurati in Cina – Greatfire.org, che aiuta gli internauti ad aggirare la censura cinese, e la versione in cinese del New York Times – così da renderli inaccessibili.

Ci è voluta quasi una settimana perché Github riuscisse a gestire l’attacco. Ed è stato lo staff di Greatfire.org a denunciare che “milioni di utenti di internet” erano stati infettati da un malware che gli ordinava di caricare costantemente le due pagine prese di mira. In seguito si è capito che il malware colpiva gli utenti di Baidu, il principale motore di ricerca della Repubblica popolare, rendendoli a loro insaputa parte attiva di un attacco informatico. Baidu sostiene di non saperne nulla e di essere determinata a prevenire simili episodi in futuro. In via cautelare, Google ha deciso di non riconoscere più i certificati di sicurezza digitale emessi dalla Cina.

Probabilmente non si saprà mai chi ha sferrato l’attacco, ma gli analisti puntano il dito contro l’amministrazione per il ciberspazio cinese, un organo governativo che ha messo a punto un nuovo strumento di censura, il cosiddetto grande cannone. Si tratterebbe di uno strumento più potente del great firewall, la grande muraglia di fuoco, il sistema di filtri che ha trasformato il web cinese in una gigantesca intranet dove Facebook, Twitter, YouTube e centinaia di altri siti sono bloccati. Con il grande cannone Pechino passerebbe quindi dalla difesa all’attacco.

Ma c’è di più. Secondo il laboratorio interdisciplinare dell’università di Toronto, Citizen Lab, il grande cannone sarebbe molto simile a Quantum, uno dei programmi che l’agenzia per la sicurezza nazionale statunitense (Nsa) ha utilizzato per spiare i computer degli utenti anche quando non erano online. È curioso che l’esistenza di Quantum sia stata rivelata da Edward Snowden quando si è rifugiato a Hong Kong, nel 2013, e che tre diverse fonti abbiano rivelato al quotidiano hongkonghese South China Morning Post che le autorità cinesi hanno lavorato allo sviluppo del grande cannone per circa un anno.

Sovranità sulla rete
La Cina ha ormai quasi 650 milioni di utenti di internet e quattro milioni di siti web. Il volume del commercio online ha superato quello degli Stati Uniti e continua a crescere a ritmi vertiginosi. Nel 2014 le transazioni hanno superato i duemila miliardi di dollari, il 25 per cento in più rispetto all’anno precedente. E le previsioni parlano di un tasso di crescita che si manterrà costante anche quest’anno. Un mercato enorme che la Cina vuole sfruttare senza però che la libera circolazione delle informazioni minacci la credibilità del Partito comnista e la stabilità del paese.

Per questo il governo rivendica la wangluo zhuquan, ovvero la “sovranità sulla rete”. Una politica che si è fatta più chiara e pressante dopo le rivelazioni di Snowden secondo le quali gli Stati Uniti avrebbero spiato il ciberspazio cinese per anni, arrivando a intercettare l’ex presidente Hu Jintao e ad accumulare illegalmente dati di banche e aziende importanti come la Huawei. Anche per questo Xi Jinping, da quando è presidente, ha cercato di centralizzare ulteriormente il controllo su internet. Le rivelazioni di Snowden gli hanno fornito un’opportuna giustificazione e, forse, qualche spunto operativo in più.

 

Testo: Internationale by Cecilia Attansio Ghezzi  24-04-2015

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