Cina – Quando lo Stato si lascia giudicare

La Cina cerca di realizzare lo stato di diritto e dal 1° di maggio obbliga le sue corti a esaminare i ricorsi contro lo Stato. La Corte Suprema ha emanato delle direttive per rendere più trasparente e meno informale l’accesso dei cittadini alla giustizia. Cosa dovrebbe cambiare.

Dal primo di maggio i cittadini e le imprese cinesi saranno facilitati a fare causa alla pubblica amministrazione. Le nuove direttive della Corte Suprema obbligano lo Stato a sottomettersi alla valutazione dei giudici circa l’uso dei poteri pubblici. Se ciò venisse effettivamente applicato, sarebbe un punto di svolta nella lunga marcia della Cina verso lo stato di diritto. La posta in gioco è sempre la superiorità del Partito sullo Stato.

La Corte non si è mossa solo per affermare i diritti delle masse, ma perché ufficialmente sostenuta dalla politica di Xi Jinping, che vorrebbe fare dello stato di diritto, yifazhiguo,  uno dei cardini della sua Cina. Il Comitato centrale del Partito ha ufficializzato questa linea durante il quarto Plenum dell’ottobre scorso, “Lo stato di diritto socialista – si legge nel comunicato – deve sostenere la leadership del Partito. […] Il Partito dovrà governare il paese sulla base della Costituzione e dovrà controllare il Partito secondo i regolamenti interni al Partito”. Qualche mese dopo il presidente della Corte Suprema, Zhou Qiang, ha chiesto alle corti locali di adeguarsi.

Le corti competenti dovranno esaminare le cause contro lo Stato e gli enti pubblici entro sette giorni dalla presentazione in cancelleria. Potranno essere rifiutate se prive dei documenti necessari o dei requisiti di legge, ma i ricorrenti dovranno essere puntualmente informati dei motivi per iscritto. Potranno così fare appello.

In teoria l’iter processuale in questione dovrebbe essere attivo già  dal 1990, ma la realtà è stata molto diversa. Fino ad oggi le cause dovevano essere prima accettate dalla cancelleria dei tribunali di primo grado. Questo costituiva nella prassi un filtro informale e opaco, soprattutto nei casi di liti più sensibili per l’opinione pubblica, come ad esempio espropri di terreni e controversie ambientali. In questi casi una delle opzioni per i funzionari delle cancellerie era rispedire al mittente i documenti per posta ordinaria.

Nell’assenza di un accesso certo alla giustizia i cittadini si sono finora affidati soprattutto alle xinfang, il sistema di petizioni in vigore dai tempi dell’Impero, con le quali ci si appella ai funzionari di rango superiore per chiedere di rivedere le decisioni amministrative. Secondo un rapporto di Human Right Watch del 2013  ogni anno vengono presentate almeno dieci milioni di petizioni, ma “il loro ruolo principale non è stato tanto quello di risolvere in modo equo le lamentale dei cittadini. Le autorità centrali li hanno usati come uno strumento generale di governo, per raccogliere informazioni sui problemi sociali”.

Nel 2014 le cause contro lo Stato cinese sono aumentate del 16,3 per cento rispetto all’anno precedente. In un paese con un miliardo e mezzo di persone arrivano solo a circa 150mila. Per fare un confronto con l’Italia la cifra appare in proporzione ancora modesta, considerando che nello stesso anno le cause contro gli atti della pubblica amministrazione italiana sono state circa 75mila. Appena la metà di quelle trattate in Cina, ma con una popolazione più di venti volte inferiore.

Nel sistema socialista cinese è il congresso locale del Partito che nomina, direttamente o indirettamente, i giudici. La loro indipendenza è una questione che resta aperta. Un punto sul quale la leadership cinese non ha ancora dato garanzie precise, anzi nel quarto plenum ha ribadito la necessità di aderire fermamente alla guida del Partito. La Corte Suprema ha compiuto un primo passo, ma c’è ancora molta strada da fare per Xi Jinping se vuole veramente raggiungere uno stato di diritto.

 

Testo: China Files by Stefano Lippiello | 20-05-2015

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