Cina – O la borsa o la politica

Più stabile il mercato azionario rispetto al tonfo di ieri (-8,5%) ma in mattinata sono stati sospesi ben 900 titoli. Oggi Shanghai chiude intorno al -1 per cento, Shenzhen intorno al -2. I piccoli investitori cinesi investono dove si aspettano che lo Stato intervenga e vendono il resto. È un bel problema per la leadership di Pechino.

Sembrava essere tornati a una relativa calma dei mercati. E invece no. “Il ritorno della debacle” twitta l’account ufficiale di Xinhua, l’agenzia di stampa governativa. Lunedì le borse cinesi hanno chiuso di nuovo in forte ribasso: -8,5 per cento a Shanghai e -7 a Shenzhen. Secondo diversi analisti la situazione non è così grave, ma rappresenterebbe una “correzione naturale del mercato”. Prima di crollare del 30 per cento lo scorso 12 luglio, infatti, l’indice di Shanghai era salito del 150 per cento in appena un anno.

Chi ha venduto durante il boom ha guadagnato e chi ha comprato tardi ha perso. Dovrebbe essere nelle regola dei mercati. Invece. Il mercato azionario cinese è secondo solo a quello degli Stati Uniti, ma ha caratteristiche particolari. Le borse di Shanghai e Shenzhen contano 90 milioni di piccoli azionisti che, secondo alcune stime, costituiscono circa l’80 per cento del totale degli investitori. Sono loro ad aver comprato in ritardo e ad aver accusato le maggiori perdite.

Nonostante l’indice di Shanghai si mantenga comunque il 70 per cento più alto rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e la finanza giochi ancora un ruolo marginale rispetto all’economia reale, i leader del “socialismo con caratteristiche cinesi” hanno deciso di intervenire politicamente. Sullo sviluppo del mercato azionario avevano investito credibilità e prestigio. Troppo tardi per tirasi indietro. Innanzitutto la politica ha trovato il suo capro espiatorio in Xiao Gang, il funzionario che era stato messo a capo della Csrc, la Consob cinese. Forse sarà lui a pagare per tutti non appena le acque si saranno calmate, ma per il momento per è la coppia Xi-Li a rimetterci la faccia.

Da quando si sono insediati alla guida della Repubblica popolare il presidente Xi Jinping e il premier Li Keqiang hanno affermato a più riprese la volontà che il mercato azionario foraggi maggiormente la finanza di impresa. All’inizio del loro mandato si sono guadagnati le prime pagine della stampa internazionale affermando di volere che le forze di mercato giocassero “un ruolo decisivo” nell’allocazione delle risorse. Ma a metà giugno hanno dimostrato con chiarezza che non erano disposti a lasciare che il mercato si auto-regolamentasse, fallendo.

Non sono servite misure come il blocco delle offerte pubbliche iniziali e dell’acquisto di titoli a credito, il divieto di vendere azioni a chiunque possieda più del 5 per cento di un titolo e l’invito alle aziende di stato a continuare a comprare. Né sono stati sufficienti l’immissione di liquidità da parte della Banca popolare cinese e l’apertura di un fondo per la stabilizzazione dei mercati da 120 miliardi di dollari. Le borse cinesi sono cadute ancora e il presidente Xi Jinping si trova di fronte al primo vero scoglio del suo quinquennio alla guida del paese. Il crollo di ieri ha dimostrato che c’è qualcosa che il Partito comunista non sa controllare: la borsa.

Testo: China Files by Cecilia Attanasio Ghezzi | 28-07-2015

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