L’importanza della Cina per l’economia mondiale

I dati economici di agosto sono peggiori del previsto: import -14,3% ed export -6,1%. La volatilità delle borse di Shanghai e Shenzhen continua a preoccupare tanto che il governo cinese sta studiando un meccanismo di blocco in caso di eccessivi rialzi o ribassi. Cosa significa la transizione cinese per l’economia mondiale.

Un tempo si diceva che quando gli Stati Uniti starnutivano il resto del mondo si pigliava l’influenza. Ma oggi lo starnuto ad avere conseguenze globali è quello cinese. Il crollo della borsa di Shanghai ha reso quest’assunto palese a tutti. E le sue conseguenze non si sono sentite solo sui mercati finanziari. I prezzi delle materie prime, dall’acciaio al grano, hanno raggiunto il valore più basso dall’inizio del secolo; il petrolio è tornato al valore di sei anni e mezzo fa. Le borse sono il problema minore. È una brusca frenata dell’economia cinese quello che veramente spaventa. Negli ultimi anni, il “socialismo con caratteristiche cinesi” ha trainato l’economia globale. La Cina ha comprato materie prime dai paesi in via di sviluppo e tecnologie e beni di lusso dal cosiddetto primo mondo. In un modo o nell’altro quasi tutte le nazioni hanno fatto affidamento sulla sua sete energetica e sul suo mercato potenzialmente sterminato.

Poi, il 24 agosto, dopo due mesi di estrema volatilità, la borsa di Shanghai ha perso l’8,5 per cento. È stato il crollo più importante dal 2007 e il panico si è diffuso velocemente su tutti gli altri mercati tanto che il Dow Jones perde nei primi sei minuti dall’apertura 1100 punti. Recupererà parzialmente nei giorni seguenti, mentre la borsa di Shanghai, nonostante gli interventi del governo, continuerà a scendere. Il punto è l’economia reale. A luglio e agosto l’indice del manifatturiero è sceso sotto ai 50 punti, la soglia che divide un’economia in espansione da quella in recessione. Ma quanto è grave la situazione?

È indubbio che l’economia dell’ex impero di mezzo sta rallentando. I dati ufficiali parlano di una crescita al 7 per cento e non era così bassa dal 1990 quando la Cina subì le sanzioni internazionali a seguito del massacro di piazza Tian’anmen. Lo stesso premier Li Keqiang, annunciando che il suo paese stava entrando in una fase di “nuova normalità”, aveva avvertito che si sarebbe trattato di “un periodo cruciale in cui bisognava vincere sfide e risolvere problemi”. Si tratta del temuto “punto di svolta di Lewis” ovvero il momento in cui un’economia in via di industrializzazione esaurisce la manodopera a buon mercato e non qualificata proveniente dalla campagna. Aumentano i salari, rallentano i tassi di crescita e le aziende devono diventare più efficienti e innovative per sopravvivere. Si tratta di passare dall’industria al terziario, incrementare ulteriormente la popolazione urbana e trasferire ricchezza alle famiglie in modo da alimentare i consumi. La sfida è già enorme così, ma secondo diversi economisti occidentali quelli diffusi dal governo cinese sono numeri gonfiati.

Un recente rapporto di Citibank definisce la crescita al 7 per cento “sovrastimata”. Potremmo stare intorno al 6 per cento o, secondo altre agenzie come il Lombard Street Reserch, al 3,8. Ma se si considerano il movimento di merci, i consumi di elettricità e i prezzi all’ingrosso – fanno notare gli analisti più scettici – ci sono già tutti i segnali per parlare di una crescita al 2-3 per cento. Si tratta di stime, perché nessuno sa esattamente come il Pil del paese venga calcolato. Stando ai documenti rilasciati da Wikileaks, lo stesso Li Keqiang prima di diventare premier aveva definito i numeri del Pil cinese “calcolati dall’uomo e, in quanto tali, inaffidabili”. Sicuramente non è la sola nazione al mondo a rilasciare dati dubbi, ma la sua economia costituisce da sola il 15 per cento del Pil mondiale. Una sua brusca frenata potrebbe avere le stesse ripercussioni della Grande depressione americana. È giusto quindi chiedersi qual è lo stato dell’economia reale della Repubblica popolare. Una domanda che ci impone un passo indietro.

La Cina ha reagito alla crisi del 2008, con il buon vecchio metodo dell’economia pianificata: investimenti a pioggia in infrastrutture. Nell’immediato questa politica ha avuto gli effetti positivi di tenere alta la domanda di materie prime e creare occupazione. Ma ora se ne paga il prezzo. Il debito pubblico è pressapoco raddoppiato in sette anni e oggi ha superato il 250 per cento del Pil. Nel frattempo la Repubblica popolare si è trovata a confrontarsi con problemi strutturali che la mettono a dura prova. La popolazione in età da lavoro sta invecchiando, la disoccupazione aumenta e cala la mobilità sociale. Sicuramente arranca l’industria pesante e la produzione di beni a basso costo che l’ha resa famosa come fabbrica del mondo. Ma come si è detto si tratta di un’economia in transizione. Altri segnali fanno ben sperare. Aumenta il terziario e aumentano i consumi. Probabilmente la crescita per il 2015 sarà inferiore a quella stimata dal governo, ma forse la frenata sarà dolce anziché brusca.

Una serie di riforme già annunciate ma ancora lontane dall’essere trasformate in realtà potrebbero rappresentare un paracadute e, magari, nuove basi per una crescita diversa. La Repubblica popolare dovrebbe permettere alle aziende private di competere in maniera sana con le grandi aziende di stato e un rafforzamento dello stato di diritto restituirebbe fiducia agli investitori. Il rilassamento delle politiche sul controllo delle nascite e sui diritti di residenza legati al luogo di nascita (hukou) è già in corso e, se implementato, potrebbe presto dare i primi frutti. Ma il punto è che le riforme in questione vanno tutte nella direzione di un minor controllo del Partito comunista sull’economia e sulla popolazione ma non è detto che la leadership attuale sia sufficientemente unita e sicura di sé da poterselo permettere.

Negli ultimi due mesi il governo cinese ha investito quasi 140 miliardi di euro per stabilizzare il mercato finanziario senza ottenere grossi risultati. Poi, l’ultimo giorno di agosto, ha annunciato che smetterà di intervenire sui mercati. Oggi studia un meccanismo per chiudere le borse in caso di eccessivi rialzi o ribassi (più del 5% per 30 minuti; più del 7% per l’intera giornata). La sua incertezza è sinonimo di debolezza. O di una lotta intestina tra riformatori e conservatori che ancora non ha espresso un vincitore. Ma per uscire a testa alta da questa difficile fase di transizione il governo di Xi Jinping ha bisogno di mostrasi coeso e deciso sul cammino delle riforme. Sul piatto c’è la legittimità a governare del Partito comunista cinese e, ancor più importante, la crescita economica mondiale.

Testo: China Files di Cecilia Attanasio Ghezzi 09-09-2015

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