La posta in gioco al vertice tra Cina e Taiwan sarà anche la democrazia

Poteva essere un incontro al vertice come un altro, ma non lo sarà. Quando il presidente cinese e quello taiwanese si vedranno a Singapore, sabato, riporteranno in vita un pezzo di storia dimenticata mescolandolo all’attualità. Taiwan, conosciuta in passato con il nome di Formosa, è l’isola cinese, poi giapponese e poi nuovamente cinese (alla fine della seconda guerra mondiale) dove i nazionalisti del Kuomintang si sono rifugiati dopo la vittoria dei comunisti a Pechino nel 1949.

Da una parte c’era il Kuomintang, ispirato al fascismo italiano e deciso a far entrare la Cina nella modernità e ad agganciarla alle grandi potenze di Europa e Giappone. Dall’altra parte c’era il Partito comunista che si appoggiava alla rivoluzione russa del 1917 e al modello sovietico. Nessuna di queste due forze aveva un’impronta democratica, ma la guerra fredda era appena cominciata e il Kuomintang era schierato dalla parte degli americani mentre il Partito comunista riceveva naturalmente il sostegno dell’Unione Sovietica.

La fabbrica del mondo resta una dittatura

I comunisti avevano vinto appoggiandosi sui contadini più che sugli operai ed è così che sono nate le due Cine, sopravvissute fino a oggi: la Repubblica popolare cinese, ovvero la Cina continentale con 1,4 miliardi di abitanti, e la Repubblica di Cina, ovvero l’isola di Taiwan con 23 milioni di abitanti.

Prima di diventare la fabbrica del mondo a partire dagli anni ottanta, la Cina popolare ha attraversato decenni di atrocità, e resta una dittatura. La seconda, invece, è una democrazia da trent’anni e presenta un tenore di vita comparabile con quello dell’Unione europea e del Giappone, mentre la Cina popolare (fatta eccezione per i miliardari) resta un paese povero.

Il Partito democratico di Taiwan vorrebbe rompere con la finzione dell’unità cinese

Taiwan, come molti altri paesi, ha dislocato le sue fabbriche nella Cina popolare, dove i taiwanesi possono recarsi in visita, ma ufficialmente Taipei e Pechino si considerano come l’unica Cina, divise solo provvisoriamente. I loro leader non si sono mai incontrati ed è per questo che il vertice di sabato è un avvenimento senza precedenti.

A permettere questo incontro è l’imminente voto a Taiwan, previsto per gennaio. I taiwanesi dovranno scegliere tra il Kuomintang al potere, che vorrebbe restare in sella e riavvicinarsi a Pechino con un approccio realista e nazionalista, e il Partito democratico che vorrebbe invece rompere con la finzione dell’unità cinese e proclamare l’indipendenza dell’isola per proteggerne la democrazia.

Pechino manifesta la sua preoccupazione e il Kuomintang condivide questo timore, perché ritiene questa tentazione estremamente pericolosa. In un simile contesto i due nemici del 1949 si confronteranno con i sostenitori della democrazia taiwanese, che al momento hanno il vento in poppa.

 

Testo: redazione di Internazionale/ Bernard Guetta   5 nov 2015

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