Lo yuan nel paniere del Fondo monetario internazionale

Lo yuan o renminbi è stato incluso dal Fondo Monetario Internazionale nel paniere di valute che costituisce i Diritti Speciali di Prelievo (Dsp), la supermoneta virtuale che regola le transazioni gestite dall’istituzione finanziaria sovranazionale, come per esempio i salvataggi delle economie in crisi. Per la Cina significa soprattutto prestigio e possibilità di aumentare la portata internazionale dello yuan. Per il mondo è l’ulteriore conferma di un ordine sempre più multipolare.

La misura entrerà in vigore dal primo ottobre 2016 e questo lascia spazio sia all’Fmi per valutare le riforme che la Cina deve compiere in direzione della liberalizzazione della sua moneta, sia a Pechino per farle. Per ora si è usato un escamotage retorico: il Fondo ha accettato il renminbi in quanto«liberamente usabile», il che non significa «liberamente convertibile».

Cosa significa? Sempre più economie accumulano riserve in renminbi, ma la Cina teme che una eccessiva presenza di yuan nelle banche centrali altrui le sottragga il controllo del suo valore. Si fanno così i cosiddetti «swa», accordi che Pechino ha con decine di paesi, in base ai quali promette di offrire loro miliardi di yuan in caso di crisi. Ma fino a quel momento, se li tiene lei e così la quota posseduta da altri non è sufficiente per alterarne il valore.

Il peso del renminbi nei Dsp sarà dell’11 per cento circa e va a rosicchiare quote a euro (da 37 a 31 per cento), yen giapponese (da 9 a 8 per cento) e sterlina britannica (da 11 a 8 per cento), sancendo così il nuovo equilibrio economico internazionale, dove la Cina è divenuta ormai la seconda economia del mondo in termini quantitativi. Inalterato il potere del dollaro – con un peso del 42 per cento – a ribadire che per ora la moneta principe delle transazioni internazionali non vede intaccato il proprio potere.

Ma la lunga marcia della Cina verso l’internazionalizzazione della sua moneta nasce anche e soprattutto per emanciparsi dalla dittatura del dollaro, di cui la Cina fece le spese nel 2009, quando il credit easing della Federal Reserve Usa di fronte alla crisi globale ridusse drasticamente il valore delle riserve in valuta straniera accumulate da Pechino nel commercio diseguale con Washington.
Da allora, la Cina ha cercato di prendere le distanze.

 

TESTO: CHINA FILES DI GABRIELE BATTAGLIA  | 01-12-2015 – 07:30:20

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