Le nuove regole per l’internet cinese

La Cina ha rilasciato nuove regole per la pubblicazione di contenuti (ma anche video, giochi, ecc.) online. Si tratta di una nuova manovra di controllo su quanto viene diffuso in rete. Benché ancora nebulosa in molti dei suoi punti, il nuovo regolamento va verso il concetto di «sovranità della rete» come inteso da Pechino: un internet totalmente a disposizione della propaganda, senza alcuna critica nei confronti del Partito.

Come comunicato dai media statali e da quelli internazionali, «La nuova normativa – rilasciata congiuntamente dal Ministero delle tecnologie dell’informazione e il regolatore delle pubblicazioni on line – vieta alle aziende con proprietà straniera di qualsiasi tipo di impegnarsi nella pubblicazione on-line, anche se consente alle imprese ad investimento straniero di cooperare con le aziende cinesi su progetti individuali, purché ottengano la preventiva autorizzazione da parte delle autorità».

Si tratta della parte più controversa e meno chiara. C’è chi ritiene che lasciare nel dubbio questa particolare gestione della materia, potrà favorire accordi politici «extra» legge e chi invece la considera una via d’uscita lasciata dal legislatore, affinché poi il partito possa comportarsi come meglio crede in casi di difficile soluzione.

C’è infatti da gestire il grande business di aziende straniere che pubblicano contenuti, giochi, audio, video, ecc. in cinese, pur avendo i propri «materiali» su server stranieri. Queste aziende, come ad esempio Apple, New York Times, tanto per fare due nomi, dovranno sottoporsi alla censura cinese? Dovranno trovare un partner cinese, rilasciare obbligatoriamente i propri contenuti su server cinesi?

Le nuove norme non chiariscono questo punto, da cui ne discende un altro. La Cina spinge perchétutto quanto venga prodotto in cinese e per il pubblico cinese abbia un suo deposito sui server cinesi. La Cina ha presente l’importanza dei big data, per la profilazione e il marketing (anche quello politico) e non vuole perdere questa ricchezza.

Il Wall Street Journal ha provato a spiegare le nuove norme, ricordando come «molte delle restrizioni descritte nei nuovi regolamenti, tra cui i limiti per le società estere, sono già esistenti in una forma o nell’altra».

La differenza è la seguente: «la raccolta insieme in un unico quadro normativo consente a Pechino di citare una giustificazione legale nella sua intensificazione di fortificare la società cinese, in particolare Internet, contro quello che il governo autoritario vede come il pericolo delle influenze straniere indesiderate».

Lo scorso anno, viene ricordato, le autorità cinesi hanno elaborato norme e adottato una legge che i gruppi di lavoro stranieri hanno detto «potrebbe essere utilizzata per limitare gli investimenti stranieri nel settore delle telecomunicazioni e in altri settori delle dell’economia e forzare le multinazionali ha virare verso software proprietario. Il regolamento adottato l’anno scorso richiede alle aziende di tecnologia di memorizzare i dati su server situati all’interno del paese».

«La Cina vuole assicurarsi che tutto sia localizzato, primo come difesa contro le interferenze straniere, e due per avere la competenza giurisdizionale per essere in grado di andare in questi server e controllarli, se necessario», ha dichiarato Rogier Creemers, uno studioso di Oxford University che studia politica dei media cinesi.

Credo che quest’ultimo aspetto, vista la rilevanza dei big data, sia quello più rilevante. La Cina sa bene che tutti parleranno di rischio censura e controllo dei media stranieri, così da distogliere – forse – dal suo vero obiettivo.

Testo: China Files di Simone Pierrani 24-02-2016

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